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Industria del farmaco: Pfizer potrebbe acquisire un “big” del settore
Pfizer, il più grande gruppo farmaceutico del mondo, vuole acquisire un
importante concorrente per migliorare il proprio stato di salute finanziaria. Una
mossa – riferisce il Financial Times – che potrebbe aprire un walzer di fusioni
nel settore.
L’amministratore delegato Jeff Kindler ha spiegato che «il vero obiettivo
dell’azienda è quello di accrescere le entrate. Per questo siamo aperti a tutte le
opportunità di business, e non solo con i cosiddetti big». Una presa di posizione
che appare in netto contrasto con quelle di molti altri dirigenti del settore, che
recentemente hanno sempre più privilegiato le “piccole partnership con le
piccole aziende”, dimostrandosi di fatto contrari alle mega-fusioni che hanno
portato alla creazione dei colossi AstraZeneca, GSK, Sanofi-Aventis e della
stessa Pfizer.
Ma un’acquisizione su larga scala da parte di quest’ultima potrebbe innescare
un effetto a catena, anche grazie alla notevole liquidità – a dispetto della crisi –
sulla quale può contare l’industria del farmaco.
Una delle ragioni che spingono Kindler a trovare nuovi sbocchi per gli affari del
colosso svizzero è, oltre alla riduzione delle vendite, l’imminente scadenza
dell’esclusiva su alcuni farmaci, come nel caso dell’anti-colesterolo Lipitor, il
medicinale più venduto al mondo (che assicura alle casse della Pfizer 13
miliardi di dollari all’anno) la cui produzione sarà libera a partire dal 2011.
Secondo i rumors, l’azienda potrebbe lanciarsi a breve nel mercato dei farmaci
biologici acquisendo la Amgen, il più grande gruppo biotech americano.
Bloomberg: ecco chi ha bussato alla porta di Paulson
I colossi bancari New York Community Bancorp e Flagstar Bancorp hanno
riunito oltre 200 tra compagnie finanziarie, erogatori di mutui regionali e
assicuratori statunitensi alla ricerca di almeno 82 miliardi di dollari dal fondo
d’emergenza governativo (TARP). Lo riferisce l’agenzia di stampa Bloomberg,
che ha stilato un elenco dei prestiti concessi alle principali aziende americane.
Tra le 200 ancora in attesa di ottenere un finanziamento pubblico, 173 società
hanno già ottenuto un via libera preliminare per 75,1 miliardi di dollari, e
almeno altre 40 sono in attesa di conoscere se potranno avvalersi di ulteriori
7,24 miliardi.
Nel frattempo prosegue il processo di trasformazione di molte compagnie
d’assicurazione e finanziarie, che vogliono diventare banche a tutti gli effetti
proprio per poter usufruire di una parte dei 700 miliardi stanziati dal governo.
A quest’ultimo, fino al 19 novembre scorso, sono arrivate 268 richieste di
adesione al programma di salvataggio.
Sul sito dell’agenzia, è pubblicato l’elenco delle aziende che hanno bussato fino
ad ora alla porta del segretario al Tesoro Henry Paulson.
Crack Madoff: la Sec sotto tiro
L’investitore professionista Harry Markopolos avvertì nove anni fa la U.S.
Securities and Exchange Commission (Sec) circa i suoi sospetti sulle strane
attività di Bernard Madoff ma dalla commissione non arrivò mai alcuna replica.
A poche settimane dalla scoperta del colossale schema Ponzi, costato agli
investitori truffati circa 50 miliardi di dollari, a finire idealmente sul banco degli
imputati c’è proprio la Sec. Gli avvocati dell’accusa sarebbero pronti a chiedere
alla commissione di rendere conto della propria posizione mentre dagli
ambienti politici non mancherebbero pressioni per una riforma del sistema di
controllo dei mercati finanziari. Lo riferisce oggi l’agenzia Bloomberg tirando le
somme in merito agli ultimi sviluppi dell’inchiesta.
In attesa di possibili riforme, la Sec è comunque destinata ad andare incontro
ad un rinnovamento. Il suo numero uno Christopher Cox lascerà in questi
giorni in concomitanza con la scadenza naturale del mandato presidenziale di
George Bush, l’uomo che gli diede fiducia assegnandoli l’incarico al vertice
della commissione di vigilanza. La responsabilità della Sec rispetto alla
formazione della bolla subprime è tuttora oggetto di dibattito ma è certo che i
fallimenti di Bear Stearns prima e di Lehman Brothers poi hanno minato
notevolmente la credibilità dell’agenzia. Sotto questo punto di vista il crack
Madoff potrebbe rappresentare la classica goccia in grado di far traboccare il
vaso tanto più che i segnali di pericolo apparivano da tempo radicati negli
ambienti finanziari americani dove i grandi investitori avevano scelto di tenersi
alla larga dalle operazioni dello stesso Madoff. Non è un caso, rileva oggi il
Financial Times, che nell’elenco delle vittime della truffa non compaia alcuna
grande major della finanza mondiale.
Usa: per il Tesoro si prepara la prima perdita da 10 anni
Il Tesoro degli Stati Uniti andrà incontro alla prima perdita degli ultimi 10 anni.
Lo riferisce l’agenzia Bloomberg citando le conclusioni degli analisti delle
principali società del mercato obbligazionario Usa. Il calo, precisa l’agenzia,
dovrebbe essere pari al 3,1% per i titoli su base decennale.
A generare la perdita sono ovviamente le conseguenze indirette della crisi.
Impegnato in prima linea nelle operazioni di ammortizzazione della peggiore
recessione dell’ultimo quarto di secolo, il Tesoro statunitense sarà costretto a
indebitarsi per almeno 2 trilioni di dollari nei prossimi 12 mesi. Una cifra
colossale che si aggiunge ai quasi 900 miliardi di dollari di obbligazioni emesse
nel corso dell’ultimo anno fiscale.
I timori di una perdita potrebbero generare una ritirata strategica degli
investitori a cominciare dalle due banche Usa maggiormente coinvolte, Merrill
Lynch e JP Morgan, proseguendo per Credit Suisse e la Repubblica Popolare
Cinese, il maggior contribuente pubblico straniero con i suoi 653 miliardi di
dollari di investimento. Nel corso dell’ultimo anno Pechino ha ridotto l’incidenza
del dollaro sulle sue riserve a quota 45% contro il 70% del 2003.
India: ecco la ricetta per il rilancio
Tagliare i tassi di interesse per favorire l’aumento della liquidità circolante e
promuovere nuovi pacchetti di incentivi (a cominciare da quelli fiscali) per
rilanciare l’economia del Paese. E’ la linea guida presentata nei giorni scorsi dal
deputato indiano e consigliere del governo Montek Singh Ahluwalia e riferita
dall’agenzia Bloomberg. Obiettivo primario per Nuova Dehli resta il rilancio di
un’economia in forte rallentamento che ha segnato nel 2008 la crescita più
bassa degli ultimi sei anni. Il 2 gennaio l’India ha tagliato i tassi per la quarta
volta nell’ultimo trimestre approfittando del rallentamento dell’inflazione.
La recessione che ha colpito Usa ed Europa ha indotto gli esportatori indiani a
tagliare 65.500 posti di lavoro a fronte di un calo (il primo degli ultimi 7 anni) del 9,9% nell’export. Contemporaneamente la produzione industriale è calata dello 0,4% nel solo mese di ottobre registrando così la prima inversione di tendenza da 15 anni a questa parte. La creazione di condizioni favorevoli per il rilancio del commercio con l’estero rappresenta il punto chiave del progetto di sostegno all’economia. Il peso del commercio internazionale sul prodotto interno lordo indiano è passato dal 21% del 1997-98 al 35% di oggi. Tra le conseguenze della crisi non manca il rallentamento del processo di sviluppo interno. Il credit crunch, ha osservato Ahluwalia, ha già prodotto la cancellazione di un maxi piano da mezzo trilione di dollari per la costruzione di importanti infrastrutture nel Paese.

Source: http://www.fiba.it/archivio-ultimora/news-finanza/archivio/ultime%2005-01.pdf

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